Sorellanza tra donne: perché abbiamo bisogno delle altre e perché a volte è così difficile

Sorellanza è una parola che mi piace e che allo stesso tempo mi mette un po’ in difficoltà.

Mi piace quello che evoca: donne che si sostengono, si riconoscono, fanno spazio l’una all’altra.

Ma non voglio trasformarla in un’immagine idealizzata nella quale tutte le donne, soltanto perché donne, si comprendono, si vogliono bene e diventano automaticamente alleate.

Perché la nostra esperienza ci racconta anche altro.

Ci sono donne dalle quali ci siamo sentite sostenute e donne dalle quali ci siamo sentite giudicate.

Donne che ci hanno fatto sentire a casa e altre davanti alle quali abbiamo percepito il bisogno di difenderci.

Amiche, madri, sorelle, figlie, colleghe, insegnanti, compagne di scuola.

La relazione tra donne può essere meravigliosa.

Può anche essere difficile.

Forse parlare veramente di sorellanza significa riuscire a stare dentro entrambe queste verità.

Che cosa significa sorellanza?

Nel significato contemporaneo, la parola sorellanza non indica semplicemente il rapporto tra sorelle.

Il termine è stato utilizzato in particolare all’interno dei movimenti femministi per indicare una forma di solidarietà reciproca tra donne, fondata sulla possibilità di riconoscere esperienze, condizioni e bisogni condivisi.

Questa origine mi interessa.

Perché la sorellanza non nasce dall’idea che siamo tutte uguali.

Nasce dalla possibilità di riconoscere qualcosa che ci accomuna.

E queste due cose sono molto diverse.

Essere donne non significa avere la stessa storia, lo stesso corpo, gli stessi desideri, la stessa posizione sociale, le stesse idee sulla maternità, sulla famiglia, sul lavoro, sulle relazioni o sulla vita.

Possiamo essere profondamente differenti.

La domanda è: possiamo riconoscere queste differenze senza trasformarle immediatamente in una distanza o in una minaccia?

Perché a volte stare con le altre donne è così difficile?

Quante volte ci siamo confrontate con un’altra donna?

Lei è più bella.

È più magra.

È più sicura.

Ha più successo.

Sembra una madre migliore.

Ha una relazione migliore.

Riesce a fare cose che io non riesco a fare.

Ha scelto di non avere figli e sembra libera.

Ha scelto di averne e sembra felice.

Ha un corpo che io vorrei.

Ha il coraggio che mi manca.

A volte basta pochissimo perché un incontro si trasformi in un confronto.

Non credo sia utile raccontarci che tutto questo accade soltanto “per colpa della società”, così come non credo sia utile ridurlo a un problema individuale.

Siamo esseri relazionali e la nostra storia personale conta.

Conta il modo in cui abbiamo imparato a sentirci amate e riconosciute.

Conta il nostro bisogno di appartenere.

Contano le esperienze che abbiamo avuto con altre donne.

E conta anche la cultura nella quale siamo cresciute, con le sue aspettative su come dovrebbe essere una donna, una madre, una compagna, un corpo femminile, una donna di successo, una donna desiderabile, una donna che invecchia “bene”.

Tutto questo entra nelle stanze insieme a noi.

Anche quando ci sediamo in cerchio con le migliori intenzioni.

Sorellanza non significa amarci tutte

Questa per me è una liberazione.

Non devo amare ogni donna che incontro.

Non devo sentirmi affine a tutte.

Non dobbiamo diventare amiche.

La sorellanza, per come la sento io, non è simpatia obbligatoria.

È qualcosa di più adulto.

È poter riconoscere dignità all’altra anche quando è diversa da me.

È non aver bisogno di diminuirla per sentire il mio valore.

È imparare a osservare quello che si muove dentro di me quando una donna mi irrita, mi intimorisce o mi fa sentire inadeguata.

È anche poter dire di no.

Mettere un confine.

Allontanarmi quando una relazione mi fa male.

Non credo che essere solidali significhi dover sopportare tutto.

Altrimenti rischiamo di riprodurre proprio quel modello nel quale a molte donne è stato insegnato a essere comprensive, disponibili e accoglienti a qualsiasi costo.

Abbiamo bisogno delle altre?

Io credo di sì.

Ma voglio spiegare che cosa intendo.

Non penso che una donna debba vivere in gruppo o che la solitudine sia un problema da evitare.

Amo il silenzio e ho bisogno dei miei spazi.

Ci sono momenti in cui stare sole è necessario per sentire la nostra voce senza il rumore delle aspettative degli altri.

Ma credo anche che non possiamo conoscerci soltanto nella solitudine.

Siamo esseri in relazione.

Abbiamo bisogno di relazioni nelle quali sentirci viste, ascoltate e riconosciute.

Abbiamo bisogno anche di appartenenza.

Non perché il gruppo debba sostituirsi a noi, ma perché alcune parti di noi emergono proprio nell’incontro con l’altra.

“Pensavo fosse una cosa solo mia”

Una delle esperienze più forti che può accadere in un gruppo è ascoltare qualcuno raccontare qualcosa che conosciamo molto bene.

Una stanchezza che non riusciamo a spiegare.

Il senso di colpa quando ci prendiamo uno spazio.

La difficoltà a dire no.

La rabbia che arriva quando abbiamo detto troppi sì.

La paura di essere egoiste.

Il desiderio di essere viste.

L’impressione di dover sempre tenere tutto insieme.

E all’improvviso arriva quel pensiero:

“Anche lei.”

Non risolve il problema.

Ma qualcosa cambia.

Perché smettiamo per un momento di guardarci come se fossimo un errore isolato.

Scopriamo che alcune esperienze che consideravamo esclusivamente personali appartengono anche alla vita di altre donne.

E nel momento in cui diventano condivisibili, spesso diventano anche più visibili.

L’altra come specchio, non come soluzione

Nei Cerchi che conduco cerco di evitare il più possibile una dinamica che conosciamo molto bene: una donna racconta qualcosa e tutte iniziano a darle consigli.

“Devi lasciarlo.”

“Devi parlargli.”

“Io farei così.”

“Non devi sentirti in colpa.”

Sono frasi spesso dette con affetto.

Ma non sempre aiutano.

A volte, mentre qualcuna ci dà una soluzione, smettiamo nuovamente di sentire noi stesse.

Preferisco un’altra possibilità.

Ascolto quello che racconti.

Sento che cosa muove in me.

Se condivido qualcosa, provo a parlare dalla mia esperienza e non a spiegarti che cosa devi fare della tua.

Poi la scelta rimane tua.

Per me questo è profondamente legato alla sorellanza: sostenersi senza sostituirsi.

Anche il conflitto può appartenere alla sorellanza

Abbiamo spesso un’idea molto morbida delle relazioni tra donne.

Accoglienza.

Dolcezza.

Comprensione.

Cura.

Sono qualità importanti, ma non sono le uniche.

C’è anche la possibilità di essere dirette.

Di non essere d’accordo.

Di sentire rabbia.

Di riconoscere un limite.

Di dire qualcosa che l’altra non vuole sentire.

Una relazione nella quale non possiamo mai entrare in conflitto non è necessariamente una relazione sicura. Potrebbe essere semplicemente una relazione nella quale abbiamo molta paura di perderci.

Per questo mi interessa un femminile più intero.

Un femminile che non debba scegliere tra essere accogliente e assertivo, vulnerabile e forte, morbido e capace di dire no.

Possiamo essere entrambe le cose.

Non essere contro gli uomini

Per me creare spazi tra donne non significa costruire uno spazio contro gli uomini.

È una cosa alla quale tengo.

Avere, in alcuni momenti, uno spazio dedicato alle donne non significa pensare che gli uomini siano il problema o che tutto ciò che viviamo dipenda da loro.

Possiamo interrogare la società, la cultura, le relazioni e la nostra storia senza consegnare a qualcun altro tutta la responsabilità della nostra vita.

Questo è uno dei punti centrali del mio lavoro.

Capire che cosa ci è accaduto è importante.

Riconoscere le ferite è importante.

Vedere gli schemi che abbiamo imparato è importante.

Ma poi arriva una domanda:

Adesso che cosa ne faccio?

Da adulte non possiamo cambiare tutto quello che abbiamo ricevuto.

Possiamo però iniziare a vedere come continuiamo a portarlo nella nostra vita.

E scegliere, poco alla volta, qualcosa di diverso.

Dalla sorellanza ideale alla relazione reale

Forse la sorellanza che cerco non è un sentimento.

È una pratica.

Si costruisce quando ascolto senza preparare immediatamente la mia risposta.

Quando riesco a gioire di qualcosa che accade a un’altra senza sentirlo come una sottrazione a me.

Quando riconosco l’invidia invece di fingere di non provarla.

Quando non uso la vulnerabilità che qualcuno mi ha affidato contro di lei.

Quando rispetto un no.

Quando posso essere presente senza salvare.

Quando chiedo aiuto.

Quando permetto a qualcun’altra di esserci per me.

Quando non devo essere sempre quella forte.

Quando riusciamo a ridere insieme dopo essere state profondissime.

È molto meno perfetto dell’immagine romantica della sorellanza.

Ma forse è molto più vivo.

Perché i Cerchi di Donne?

È anche per questo che continuo a credere nel valore del Cerchio.

Non perché penso che basti mettere insieme alcune donne per creare una comunità.

Ma perché possiamo provare a fare esperienza di un modo diverso di stare insieme.

Un modo nel quale non dobbiamo immediatamente competere, aggiustarci, consigliarci o dimostrare qualcosa.

Possiamo guardarci.

Ascoltarci.

Accorgerci delle somiglianze e delle differenze.

Lasciarci toccare dalle storie delle altre senza perderci nelle loro.

E, nel tempo, provare a costruire fiducia.

Una donna che ha partecipato a uno dei miei Cerchi ha descritto una parte dell’esperienza con parole molto semplici:

“Il non sentirsi sola.”

Mi è rimasta impressa.

Perché forse è anche questo che cerchiamo.

Non qualcuno che viva al posto nostro.

Non qualcuno che ci salvi.

Qualcuno accanto al quale poter essere un po’ più vere.

Nei Cerchi di Donne che conduco a Firenze lavoriamo proprio sulla possibilità di tornare a sentirci, riconoscere ciò che ci abita e fare esperienza della relazione con altre donne.

Non per diventare tutte uguali. Ma forse per diventare un po’ più libere di essere ciò che siamo.

È anche questo uno degli aspetti che esploriamo nel percorso di Cerchi di Donne a Firenze: imparare a stare nella relazione senza doverci rendere tutte uguali

elisa batelli

Sono Elisa Batelli e ho creato Yoga&Cambiamento per accompagnare le persone in trasformazioni reali e sostenibili. Integro Yoga come pratica di benessere, Pranoterapia come sostegno ai naturali processi di autoguarigione e Benessere Femminile come cammino di riconnessione alla ciclicità, alla sorellanza e alla saggezza del corpo.

Laurea in Scienze dell’Educazione

Pratico Yoga dal 2003, insegno dal 2019

Formazione Yoga triennale — 500 ore

Specializzazione Yoga Bambini (metodo Balyayoga, 100 ore)

Operatrice di Pranoterapia (formazione triennale)

Operatrice di Benessere Femminile (formazione triennale)

Operatore Olistico Professionale specializzato in Benessere femminile e Pranoterapia
Professionista disciplinato ai sensi delle Legge 4/2013 - Iscritto al Registro Fedolistica nr. OL-444P

https://yogaecambiamento.it/
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La prima volta a un Cerchio di Donne: cosa aspettarsi e cosa non devi fare

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