La prima volta a un Cerchio di Donne: cosa aspettarsi e cosa non devi fare

Forse hai letto qualcosa sui Cerchi di Donne e una parte di te è incuriosita.

Poi arriva subito un’altra voce.

“Ma cosa si fa esattamente?”

“Dovrò parlare davanti a tutte?”

“E se non conosco nessuno?”

“E se mi sento fuori posto?”

“E se le altre sono tutte molto più spirituali di me?”

“E se mi viene da piangere?”

Sono domande molto normali.

Anzi, credo che prima di partecipare a qualcosa che non conosciamo sia sano voler capire dove stiamo andando.

Per questo voglio raccontarti in modo molto concreto che cosa puoi aspettarti entrando per la prima volta in uno dei Cerchi di Donne che conduco.

Non esiste un’unica modalità di condurre un Cerchio e quello che racconto riguarda il mio modo di lavorare.

Non devi sapere come si fa

Partiamo dalla cosa più semplice.

Non devi avere esperienza.

Non devi praticare yoga.

Non devi sapere meditare.

Non devi avere già fatto percorsi di crescita personale.

Non devi conoscere le altre partecipanti.

E soprattutto non esiste un modo giusto di “essere in Cerchio”.

Arrivi così come sei quel giorno.

Magari curiosa.

Magari stanca.

Magari agitata.

Magari ti stai già chiedendo perché ti sei iscritta.

Va bene.

Quando arrivi

Nei Cerchi che conduco a Firenze ci incontriamo in uno spazio dedicato e iniziamo prendendoci il tempo per arrivare.

Sembra una cosa banale, ma spesso arriviamo fisicamente in un posto mentre la testa è ancora altrove.

Abbiamo appena parcheggiato.

Pensiamo a un messaggio lasciato senza risposta.

A quello che dobbiamo fare dopo.

A qualcuno che abbiamo lasciato a casa.

Per questo mi piace che l’inizio sia già parte del lavoro.

Lasciare, per qualche ora, quello che c’è fuori e accorgerci di come siamo arrivate.

Non come dovremmo stare.

Come stiamo.

Ci sediamo davvero in cerchio

Sì.

Ci incontriamo in cerchio perché voglio che possiamo guardarci.

Io conduco l’incontro, propongo pratiche e custodisco tempi e spazio, ma non desidero creare la sensazione di una lezione frontale nella quale io so e voi dovete imparare.

Il Cerchio vive anche di quello che ognuna porta.

Non significa che devi arrivare con qualcosa da raccontare.

La tua presenza è già qualcosa che porti.

Mi verrà chiesto di presentarmi?

All’inizio di un percorso naturalmente ci conosciamo.

Ma “presentarsi” non significa necessariamente fare il curriculum della propria vita o raccontare immediatamente qualcosa di intimo.

Possiamo partire da una domanda molto semplice.

Dal nome.

Da come ci sentiamo.

Da ciò che ci ha portate lì.

Ogni Cerchio ha un proprio ritmo e ogni gruppo costruisce lentamente il suo modo di stare insieme.

Per me la cosa più importante è che nessuna senta di dover dimostrare di essere abbastanza interessante, profonda o consapevole per poter stare lì.

Devo parlare davanti alle altre?

No.

Questa è probabilmente la domanda che ricevo più volentieri, perché mi permette di chiarire un punto fondamentale.

Non sei obbligata a raccontare qualcosa che non vuoi raccontare.

Non devi condividere una storia personale perché “si fa così”.

Non devi spiegare quello che senti se non ne hai voglia.

Ci sono momenti di condivisione, ma puoi rispettare i tuoi tempi e i tuoi confini.

Puoi anche dire:

“Oggi preferisco ascoltare.”

Per me un gruppo nel quale non possiamo dire di no non è uno spazio nel quale possiamo sentirci veramente libere.

La fiducia arriva poco alla volta.

E non necessariamente arriva nello stesso modo per tutte.

Che cosa facciamo durante le due ore?

Non passiamo due ore semplicemente a parlare.

Il corpo è una parte importante del mio lavoro.

A seconda dell’incontro possiamo utilizzare movimento libero o guidato, respirazione, pratiche somatiche, meditazioni e visualizzazioni, scrittura, danza, creatività, momenti di silenzio, domande e condivisione.

Mi interessa alternare linguaggi diversi.

Perché ci sono cose che riusciamo a dire molto bene con le parole e altre che emergono quando finalmente smettiamo di parlare.

Può capitare, ad esempio, di accorgerci durante una pratica che il nostro corpo si irrigidisce davanti a un determinato movimento.

Oppure che una domanda apparentemente semplice ci emoziona.

O che scrivendo senza pensarci troppo compare una frase che non ci aspettavamo.

Non dobbiamo interpretare necessariamente tutto.

Possiamo prima sentire.

E se mi sento ridicola?

Può succedere.

Soprattutto se ti propongo qualcosa che non fai abitualmente.

Muovere liberamente il corpo davanti ad altre persone, chiudere gli occhi, respirare insieme, scrivere senza controllare ogni parola possono far emergere imbarazzo.

Il nostro controllo non è un nemico.

Spesso ha imparato a proteggerci molto bene.

Non mi interessa quindi obbligarti a “lasciarti andare”.

Mi interessa creare condizioni nelle quali, se lo vorrai, potrai sperimentare qualcosa di diverso.

Anche fare un piccolo movimento invece di uno grande è partecipare.

Anche tenere gli occhi aperti se in quel momento ti senti più sicura è ascoltarti.

Non dobbiamo forzarci per dimostrare che stiamo facendo un buon lavoro su noi stesse.

Come mi devo vestire?

Poiché durante gli incontri utilizziamo anche il corpo e il movimento, ti consiglio semplicemente abiti nei quali tu possa stare comoda e muoverti liberamente.

Non serve un abbigliamento particolare.

Se per uno specifico incontro sarà necessario portare qualcosa, lo comunicherò prima al gruppo.

L’obiettivo non è “essere vestita da Cerchio”.

È poterti dimenticare abbastanza dei vestiti da tornare a sentire il corpo.

E se non conosco nessuno?

Non è necessario arrivare con un’amica.

Anzi, molte donne entrano in un gruppo senza conoscere le altre.

All’inizio naturalmente può esserci quella sensazione un po’ strana di entrare in una stanza piena di persone sconosciute.

Chi sono?

Mi piaceranno?

Sarò simile a loro?

Poi, poco alla volta, le persone iniziano ad avere una voce, una storia, un modo di ridere, di muoversi, di stare in silenzio.

Il gruppo non nasce già gruppo.

Diventa un gruppo.

È anche per questo che nel percorso che conduco la continuità è importante.

Ci incontriamo una volta al mese per otto mesi perché la fiducia ha bisogno di tempo.

E se sono molto diversa dalle altre?

Spero che tu lo sia.

Non cerco venti versioni della stessa donna.

Età, esperienze, storie, maternità o non maternità, relazioni, lavoro, carattere, sensibilità possono essere differenti.

Naturalmente alcune esperienze ci accomuneranno e altre no.

Per me il valore del Cerchio non sta nel poter dire continuamente “anche io”.

Sta anche nell’incontrare qualcosa che non conosco.

Posso ascoltare una donna che vive diversamente da me senza dover decidere se ha ragione o torto?

Posso riconoscere che ciò che per me è importante per un’altra non lo è?

Posso sentire che cosa mi succede quando incontro una differenza?

Anche questo è lavoro di relazione.

E se mi commuovo?

Può succedere.

Così come può succedere di ridere. O di non provare niente di particolare. Non c’è un’emozione più profonda di un’altra. Non considero un Cerchio riuscito perché qualcuno ha pianto e non credo che dobbiamo cercare continuamente esperienze emotivamente intense per dimostrare che stiamo trasformando qualcosa.

A volte il cambiamento è molto più piccolo.

  • Accorgersi di essere stanche.

  • Dire un no.

  • Sentire che una frase ci infastidisce.

  • Permetterci di stare in silenzio.

  • Chiedere qualcosa.

  • Lasciare che qualcuno faccia qualcosa per noi.

Può sembrare poco. Non sempre lo è.

Quello che raccontiamo rimane nel gruppo?

La riservatezza è per me un elemento fondamentale dello spazio che voglio costruire.

Gli incontri non vengono registrati proprio per tutelare la libertà di espressione delle partecipanti.

Quando una donna racconta qualcosa di sé, quella storia appartiene a lei.

Naturalmente la fiducia in un gruppo è anche una responsabilità condivisa: non dipende soltanto da chi conduce, ma dal modo in cui tutte scegliamo di custodire ciò che ascoltiamo.

Anche questo fa parte del percorso.

È una terapia?

No. I Cerchi che conduco non sono psicoterapia e non sostituiscono un percorso psicologico, psicoterapeutico o medico.

Sono spazi dedicati all’ascolto, alla consapevolezza, alla relazione, al corpo e alla crescita personale.

Io accompagno il processo attraverso gli strumenti che fanno parte della mia formazione e della mia esperienza, ma non sono lì per diagnosticare, curare un disturbo psicologico o dirti che cosa devi fare.

Se stai attraversando una sofferenza importante che richiede un sostegno clinico, rivolgersi a una professionista sanitaria qualificata rimane la strada appropriata.

Le due cose possono esistere in momenti diversi o affiancarsi, purché ne siano chiari ruoli e confini.

E se salto un incontro?

In otto mesi può capitare.

La continuità è importante perché permette al gruppo di costruirsi nel tempo, ma siamo persone con vite, famiglie, imprevisti e responsabilità.

Se non puoi partecipare a un incontro, quello specifico Cerchio non viene recuperato individualmente né registrato.

Nel percorso che conduco, però, tra un incontro e l’altro abbiamo una chat privata Telegram attraverso la quale continuiamo a condividere domande, esperienze e alcune pratiche.

Quando possibile posso mettere a disposizione una traccia, una meditazione o un audio che permetta di continuare individualmente parte del lavoro.

L’obiettivo non è essere studentesse perfette con otto presenze su otto.

È assumersi un impegno verso uno spazio che abbiamo scelto.

Cosa succede tra un Cerchio e l’altro?

Questa per me è una parte fondamentale.

Non voglio che ciò che accade durante due ore rimanga chiuso nella stanza fino al mese successivo.

Il vero lavoro continua nella vita.

Se durante un Cerchio mi accorgo, per esempio, di quanta fatica faccio a dire di no, la domanda interessante arriva quando torno a casa.

Che cosa faccio la prossima volta che qualcuno mi chiede qualcosa?

Se mi accorgo di non sapere di cosa ho bisogno, posso iniziare a farmi quella domanda durante la settimana?

Se durante una pratica sento quanto sono stanca, continuo a ignorarlo?

Tra gli incontri propongo quindi domande, esperienze o pratiche da osservare nella quotidianità.

Perché possiamo comprendere moltissimo di noi.

Poi, però, c’è la vita.

Ed è nella vita che qualcosa può cambiare.

Come faccio a capire se il Cerchio è il posto giusto per me?

Non posso saperlo al posto tuo.

Posso però dirti che cosa cerco di creare.

Uno spazio in cui non devi essere perfetta.

In cui puoi incontrare altre donne senza dover diventare loro amica.

In cui utilizziamo corpo e parola, profondità e leggerezza.

In cui puoi ascoltare e parlare.

In cui nessuno dovrebbe risolvere la tua vita al posto tuo.

In cui proviamo a guardare quello che c’è, anche quando non è particolarmente elegante o spirituale.

Se stai cercando qualcuno che ti dia una soluzione rapida e ti dica esattamente che cosa devi fare, probabilmente non è il percorso giusto.

Se invece senti il desiderio di fermarti, ascoltarti, osservare alcuni schemi e fare esperienza di te anche attraverso la relazione con le altre, potrebbe esserlo.

E se ho ancora paura di venire?

Puoi scrivermi.

Non devi decidere sulla base di una pagina internet.

Possiamo sentirci, puoi farmi le domande che hai e possiamo capire insieme se ciò che stai cercando corrisponde allo spazio che conduco.

I Cerchi di Donne a Firenze si sviluppano nell’arco di otto mesi, con un incontro in presenza al mese, uno spazio di condivisione tra gli incontri e un ritiro finale.

Ma prima di tutto sono fatti di persone.

Donne diverse che, una domenica mattina, entrano in una stanza senza sapere esattamente che cosa succederà.

E che poco alla volta iniziano a conoscersi.

A volte il primo passo è semplicemente attraversare quella porta.

elisa batelli

Sono Elisa Batelli e ho creato Yoga&Cambiamento per accompagnare le persone in trasformazioni reali e sostenibili. Integro Yoga come pratica di benessere, Pranoterapia come sostegno ai naturali processi di autoguarigione e Benessere Femminile come cammino di riconnessione alla ciclicità, alla sorellanza e alla saggezza del corpo.

Laurea in Scienze dell’Educazione

Pratico Yoga dal 2003, insegno dal 2019

Formazione Yoga triennale — 500 ore

Specializzazione Yoga Bambini (metodo Balyayoga, 100 ore)

Operatrice di Pranoterapia (formazione triennale)

Operatrice di Benessere Femminile (formazione triennale)

Operatore Olistico Professionale specializzato in Benessere femminile e Pranoterapia
Professionista disciplinato ai sensi delle Legge 4/2013 - Iscritto al Registro Fedolistica nr. OL-444P

https://yogaecambiamento.it/
Avanti
Avanti

Sorellanza tra donne: perché abbiamo bisogno delle altre e perché a volte è così difficile